L’ultima campagna contro la città. Bevi il caffé di Napoli e poi? E poi ridi | WebRadio Station

L’ultima campagna contro la città. Bevi il caffé di Napoli e poi? E poi ridi

L’ultima campagna contro la città. Bevi il caffé di Napoli e poi? E poi ridi

amoilcaffeWebRadio Station – Il caffè a Napoli fa schifo: ce lo spiega un esperto triestino (?), Andrej Godina, in un servizio sulla qualità dell’espresso italiano che sarà trasmesso su Report lunedì prossimo. Dato che di COGLIONI ne è pieno il mondo in Italia non potevamo assolutamente esimerci dal fare pubblicità ad uno STUPIDO COGLIONE ed anche un pò STRONZO triestino. Ma veniamo ai fatti, guadagna subito il successo virale sul web che prepara una buona audience alla Gabanelli: la giornalista già fustigò il sistema vino che, fino a prova contraria, regge alla grande il nostro export grazie all’eccellenza e agli investimenti di centinaia di famiglie. Dunque, facciamo insieme il riassunto degli ultimi tempi delle inchieste «coraggiose e clamorose» come questa del caffè tra piazza Garibaldi e Santa Lucia: il settimanale Espresso qualche mese fa ci ha rivelato che l’acqua di Napoli è nientepopodimenoche avvelenata con una bella copertina tranquillizzante, salvo poi a leggere che si tratta di un vecchio rapporto di militari americani relativi ad una zona interna poi confutato.

La pastiera, il casatiello e il babà li potete trovare invece proposti dalla Melegatti, l’azienda veronese che ha fatto conoscere il Pandoro in Italia negli anni ’60. Quanto alla mozzarella di bufala, ancora non si chiama tutta Mozzarì, oltre che essere inquinata dalla diossina, vede, secondo alcune inchieste sensazionalista, ai posti di comando solo camorristi stranamenti dediti a mungere bufale invece di sparare e spacciare coca. Fenomenale, in questo senso, il servizio della scorsa estate di Stefano Maria Bianchi su Servizio Pubblico di Michele Santoro che nel Bimbi mediatico mise insieme fragole e sangue, Terra dei Fuochi e templi di Paestum che sono distanti 150 chilometri.

E la pizza? Non ne parliamo proprio. Il Gambero Rosso, che tra l’altro a Napoli ha goduto e gode di generose attenzioni da parte degli enti pubblici da molti anni, escluse che in Italia ci potessero essere pizzaioli napoletani ai primi posti. L’anno successivo, ha creato l’Apartheid della margherita facendo una classifica a parte. E adesso che a Milano ha osato aprire Franco Pepe subito abbiamo letto sul Corriere la prima stroncatura perché è una pizza…troppo napoletana!

Il pomodoro, lo abbiamo visto, è più sicuro nella Padania dove le uova sono alla diossina ma l’ortaggio della Pomì è garantito da un abile marketing.

La cioccolata e i gelati, sono una partita neanche aperta. Il Limoncello? Dai, c’è il Limoncé.
Insomma, a Napoli non c’è speranza, sentenziano gli esperti. Eppure siamo tutti vivi e godiamo come ricci ogni giorno!
Ma come mai c’è questo fuoco concentrico, ripetuto sui prodotti dell’alimentare napoletano e campano? Vi siete mai chiesti perchè nessuno ci parla della decadenza del tortellino a Bologna o del risotto alla milanese a Milano? Non sarà che alla grande industria delle multinazionali alimentari farebbe comodo una regione, la seconda in Italia per numero di abitanti, bonificata completamente dall’artigianato di qualità per imporre i propri prodotti zeppi di coloranti, grassi saturi e dolcificanti? Si, vabbè, può capitare una mozzarella blu, ma si tratta di incidenti di percorso ben presto dimenticati.

Godina non si nasconde: lui è un pasdaran di Illy e lo dichiara. Anzi, ora si sente tardito perchè si è accordato con i napoletani. “Ho utilizzato per la mia tesi di ricerca, in gran parte, la bibliografia sull’Espresso scritta da Illy. Da sempre ho ritenuto l’azienda triestina leader esclusivo del caffè espresso di qualità declinato in una versione industriale. Leggere quindi dell’accordo Illy-Kimbo sulle capsule mi ha sbalordito”.

In questa ondata in cui il palato viene esercitato all’omologazione sin dallo svezzamento con l’uso di omogeneizzati uguali in tutto il Mondo, si fa strada la presunzione del gusto unico, la pretesa di imporre a tutti gli stessi parametri a prescindere dalla memoria storica della comunica. Come se ai calabresi si criticasse il peperoncino perchè è forte.

Napoli, con i suoi difetti e i suoi limiti, resta alla fine un grande accampamento protoindustriale che ha scapolato il capitalismo dove nelle strade e nei vicoli, nelle tavole e nei bar, vince ancora la biodiversità ed è questo che da fastidio, culturalmente ed economicamente.

McDonald’s qui annaspa mentre le pizzerie aprono con lo stesso clamore dei negozi di moda a Milano, ogni giorno si consumano arancini, palle di riso, panzarotti, paste, fritattine di maccheroni, babà, sfogliate, parigine, panini napoletani, tortani e casatielli, timballi, paste e le millemila invenzioni del genio partenopeo creato dalla fame dei poveri e dalla noia dei ricchi.

E si fanno milioni di caffè. Pessimi, cattivi, buoni, buonissimi.

Un ultima cosa: scommettiamo che la prossima trasmissione è sulla pasta?

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