Rolling Stones, quando l’età non conta | WebRadio Station

Rolling Stones, quando l’età non conta

Rolling Stones, quando l’età non conta

rollingstonesWebRadio Station – Chissà che quella sintonia con il diavolo della celebre Sympathy for the devil, non contenga davvero un patto segreto. Il fatto è che i Rolling Stones, i vecchietti del rock, acciaccati, consumati dalla vita e dal successo, quando salgono sul palco è come se prendessero la scossa elettrica: età, malattie, stravizi, odii, rivalità, morti e feriti vengono cancellati. Miracolo o intesa con Lucifero: come fossero dei Dorian Gray di oggi, a restare giovane è la loro immagine. Eccoli, dunque, di nuovo in pista, dopo il luttuoso stop per la morte di L’wren Scott, la fidanzata di Mick. E’ come se il dolore si fosse trasformato in energia: ma dopo due mesi, anche se non ne fa cenno alcuno, il suicidio deve essere ancora una brutta botta, perfino per uno che ha la pellaccia dura come Jagger, che ne ha viste e fatte di tutti i colori.



Quando il settantenne (sono 71 fra due mesi) Mick appare in scena, magro come un chiodo, cavalcando un cavallo di battaglia senza tempo come Jumpin’ Jack Flash, però è come se non restasse nulla della realtà. Anche le rughe, pur dilatate dagli schermi giganti, scompaiono, come se avesse ingurgitato una magica pozione. Non c’è al mondo nessun altro bisnonno (la nipotina Assisi, ha avuto pochi giorni fa una bimba) che canta, salta, suda, balla come lui, il settantenne bad boy degli Stones. Sembra che abbia l’argento vivo in corpo e non sta fermo un secondo. E’ lui l’eroe, inarrivabile vanesio, che non fa sentire neppure l’affanno della voce e, se c’è qualche diavoleria tecnologica, certo quello che si muove non è un sosia.

IL DIAVOLO
Con quel diavolo scatenato, la più longeva band del rock’n’roll travolge i compassati norvegesi nella prima tappa nel Vecchio continente, alla Telenor Arena di Oslo, campo di calcio coperto capace di 23 mila posti. Una campagna d’Europa che il 22 giugno li porterà anche a Roma, nel Circo Massimo ormai al completo, appuntamento clou dell’estate organizzato da Rock in Roma e da D’Alessandro e Galli. E, ancora una volta, gli inossidabili Rolling danno prova di una professionalità mitologica. Nei giorni scorsi hanno provato lungamente e coscienziosamente uno show già ampiamente collaudato, hanno messo a punto una scaletta con qualche variazione rispetto alle date asiatiche. Un catalogo che sfrutta il gran peso della memoria con pezzi monumentali. Ma il fuoco (non a caso il tour si chiama On fire) che la band riesce a accendere non è solo nostalgia. Ecco Keith Richards, l’altro settantenne della ditta, non in forma come il compare, ma con la sua chitarra, fascia attorno ai capelli e l’aria svagata fa da contraltare agli sculettamenti dell’eterno compare. Si prende anche spazio, cantando a suo modo due pezzi mentre Jagger va a restaurarsi: You Got The Silver (un bel blues, reperto del 69, a suo tempo era dedicata alla sua ex Anita Pallenberg) e il rock Can’t Be Seen, decisamente traballante. Ecco Ron Wood, il giovanotto della band, (66 anni fra una settimana), ed ecco Charlie Watts (73 anni fra una settimana), spettrale nella sua magrezza, seduto su una piattaforma fra piatti e i tamburi. C’è anche una rimpatriata, nella comitiva riappare Mick Taylor, 65 anni, parte della ditta dal 69 al 74, e partecipa a uno dei momenti musicalmente migliori, Midnight Rambler, dieci minuti a tutto gas con Jagger all’armonica.

IL SUPERGRUPPO
A sostenere la baracca c’è, comunque, un supergruppo col colossale bassista Darryll Jones (una roccia, scoperto da Miles Davis), coi due sassofonisti Bobby Keys and Tim Ries, il tastierista Chuck Leavell, la vocalist Lisa Fischer (che voce). Una macchina poderosa che dà sostanza a una sfilza di titoli da antologia della musica, cinquant’anni abbondanti di storia raccontati attraverso pezzi come It’s Only Rock’n Roll, Tumbling dice, Worried about you (con Mick alle tastiere), la più recente Doom and Gloom, Let’s spend a night together, Honky tonk woman, la magica Sympathy For The Devil (a ricordare i rapporti con Lucifero), Miss You (un altro dei grandi momenti del concerto),Gimme Shelter, Start Me Up, una strepitosa Brown Sugar e il gran finale con You Can’t Always Get What You Want, con tanto di coro, e l’inevitabile chiusura con Satisfaction, ancora con Mick Taylor. Due ore di viaggio nella storia (con il corredo di immagini di repertorio e un lungo omaggio ai grandi del passato da Presley, a Redding, Muddy Waters, Davis, Parker, Armstrong, a ribadire la centralità degli Stones). Uno spettacolone, inimmaginabile per forza e resistenza, che si apre con una fantasmagorica tempesta di luci (rosse), ma rinuncia ai colpi di scena ipermacchinosi che vanno tanto nei concerti rock di oggi. Il palco è comunque imponente, elegante, delimitato da una tripla cornice luminosa: al centro c’è la band con un megaschermo alle spalle e ai lati ci sono altri due schermi. Una costruzione fatta per attirare tutta l’attenzione sulla prova di resistenza da maratoneti del rock. Roba da Guiness dei primati, che sarà di nuovo testata al Circo Massimo, dove l’intera struttura, sarà più concentrata e posizionata con le spalle alla Bocca della Verità. Da non perdere. Chissà se li rivedremo ancora. Soprattutto con un Jagger così.

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